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Il miracolo di Rocca Calascio, luce d’Abruzzo

di Maurizio Di Fazio

Mentre sulla costa abruzzese il termometro sfiorava i quaranta gradi e l’asfalto sembrava sul punto di implorare pietà, bastava inerpicarsi per poco più di un’ora verso il Gran Sasso per ritrovare un piccolo lusso dimenticato: respirare. A Calascio, mille metri più su, la sera arriva ancora con una giacchetta sulle spalle. E già solo per questo il viaggio meriterebbe il prezzo del biglietto. Ma poi c’è tutto il resto.

Rocca Calascio, per me, non era una scoperta. Era un luogo del cuore molto prima che Instagram la trasformasse in uno dei panorami più immortalati d’Italia, anni dopo il boom del film Ladyhawke. Le decine di migliaia di turisti che la affollano d’estate vorranno pur dire qualcosa. Ma tornarci insieme a un gruppo di colleghi provenienti dal resto d’Italia è stato come guardarla con occhi nuovi. Anche perché, tra una camminata, una cena memorabile e compagne di viaggio spiritose quanto basta per rendere leggere perfino le salite, ho capito che lassù non stanno restaurando un borgo. Stanno tentando qualcosa di molto più difficile: convincerlo ad avere un futuro. È questo il cuore di “Rocca Calascio, Luce d’Abruzzo“, il progetto di rigenerazione sostenuto dal PNRR che coinvolge un paese di poche anime. Non un’operazione nostalgica, ma un esperimento che prova a sostituire il verbo “conservare” con “abitare”. Lo si intuisce visitando i cantieri dell’albergo diffuso e dell’ostello, ma soprattutto ascoltando le storie. Come quella del sindaco Paolo Baldi, arrivato trent’anni fa quando il borgo era quasi deserto, spettrale, ma deciso fin da subito a restare per scommettere sulla sua rinascita. Oppure quella della Cooperativa Vivi Calascio, che organizza festival e attività culturali e ricreative dimostrando che una comunità può essere protagonista del cambiamento, non semplice spettatrice. Ragazze e ragazzi meravigliosi.

La sorpresa ulteriore è stata scoprire che oggi a Calascio si viene anche per imparare. C’è ISTÓS, la scuola dedicata alla tessitura di lane e fibre vegetali autoctone, dove antichi saperi dialogano con l’arte contemporanea. Durante il nostro soggiorno abbiamo incontrato l’artista Rossana La Verde, che ha trasformato il tessuto in una scultura abitabile, dimostrando come anche un telaio possa raccontare il presente e non solo il passato. La stessa sensazione si ritrova poco più in là nel Museo del Gioiello dei maestri orafi Verna. Tra antichi monili in oro e argento, amuleti contro il malocchio e il “Cherubino”, il gioiello simbolo, il passato smette di essere una teca da contemplare. E nel laboratorio annesso i fratelli Verna continuano a lavorare con utensili originali del Seicento e ancora perfettamente funzionanti. Vederli saldare un gioiello con uno stoppino, una cannula di bronzo e il soffio dell’artigiano dev’essere un’alchimia che trascende il tempo e lo spazio. Non ne abbiamo avuto occasione questa volta, ma sarà per la prossima.

E poi c’è la la musica. Il convento di Santa Maria delle Grazie ha ospitato una scuola di perfezionamento dedicata alla composizione di colonne sonore per il cinema, quasi un destino naturale per un luogo che il cinema lo frequenta ed evoca da decenni. Vedere riuniti in cerchio, rilassatamente all’opera tanti giovani provenienti dai quattro angoli del pianeta, a lezione con docenti universitari di livello e protagonisti dei vari gangli dell’industria della cellulouide, è stato davvero emozionante. Da queste loro giornate di quasi montagna fioriranno amicizie, collaborazioni trasversali e carriere, ne siamo certi. Intanto hanno incamerato know-how e ricordi preziosissimi. E a breve partiranno anche gli scavi archeologici dell’Università dell’Aquila, destinati a riscrivere la storia della fortezza.

Da queste parti non si insegue l’effetto cartolina, né si si promettono mere fughe intermittenti dagli incubi dell’overtourism. Qui si prova a costruire un’economia che tenga insieme turismo e cultura, artigianato e ricerca. E, perché no, anche una pastorizia aggiornata ai tempi: nell’epoca gloriosa della transumanza, la lana costituiva il vero oro o petrolio dei popoli. In un posto come Calascio, di conseguenza, l’economia fioriva e la comunità locale prosperava. Le tante chiese inattese e magnifiche che scopriamo lungo la via restano lì a testimoniarlo plasticamente. La domenica mattina, prima di ripartire, abbozziamo persino qualche entusiastico metro di “transumanza verticale”, insieme alle pecore di un noto pastore del posto. Una celebrity alternativa.

Sono tornato a casa con qualche etto di più, vi confesso. “Colpa” dei formaggi, delle carni, degli arrosticini, delle zuppe di montagna. Tutto finanche troppo squisito. Ma anche questo, in fondo, fa parte del progetto. Perché ci sono luoghi che si visitano e altri che, senza quasi accorgertene, finiscono per nutrirti, in tutti i sensi.

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