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Il trionfo del paradosso domestico: la brillante architettura satirica di “Smart Working” di Svevo Moltrasio

Il panorama della commedia italiana contemporanea accoglie con eccezionale favore la seconda opera del regista romano Svevo Moltrasio, intitolata Smart Working (noto anche con il sottotitolo Smart Working – Il lavoro agile). A tre anni di distanza dall’esordio autoprodotto con Gli ospiti (2023) – un’opera claustrofobica nata grazie a una campagna di crowdfunding, girata interamente in una villetta della campagna romana con la direzione della fotografia di Jheison Garcia e una colonna sonora basata su un singolo brano di Jean-Philippe Rameau – Moltrasio compie un salto evolutivo di straordinaria rilevanza. Con Smart Working, il regista si inserisce con disinvoltura all’interno di una solida cornice industriale. Prodotto da Ideacinema e Italian International Film in collaborazione con Rai Cinema, il film ha beneficiato del contributo del FESR Piemonte tramite il bando “Piemonte Film Tv Fund”, del sostegno di Film Commission Torino Piemonte e del riconoscimento del Ministero della Cultura.

Questo passaggio dalla produzione indipendente alla filiera cinematografica strutturata non ha minimamente attenuato la carica satirica e il gusto per l’assurdo che caratterizzano la firma dell’autore. Al contrario, l’accesso a maggiori risorse professionali ha permesso a Moltrasio di affinare la propria cifra stilistica, proponendo una pellicola che si distingue nettamente dalla tendenza distributiva italiana, spesso satura di rifacimenti e adattamenti di formati stranieri. L’opera si propone come una boccata d’ossigeno originale e spassosa, capace di unire dinamismo narrativo e profondità analitica.

La progressione infernale: sinossi e architettura del caos

La sceneggiatura di Smart Working, interamente scritta da Moltrasio, adotta il pretesto del lavoro da remoto per imbastire una spietata e divertentissima satira sociale. La vicenda si sviluppa attorno a Giuliano, impiegato torinese interpretato da Marcello Macchia (noto al grande pubblico come Maccio Capatonda), il quale sperimenta una condizione di perfetto appagamento professionale grazie alle flessibilità dello smart working. Questa modalità gli consente di ottimizzare la produttività personale e, contemporaneamente, di sostenere la moglie Laura (Sara Lazzaro) – un’aspirante scrittrice in gravidanza avanzata del loro secondo figlio – nella gestione del primogenito Luca e nella ricerca di una nuova e più spaziosa abitazione a Torino.

Il nucleo del conflitto drammatico sorge quando l’azienda di Giuliano minaccia di revocare il lavoro agile a causa del bassissimo rendimento dei suoi colleghi, incapaci di operare con profitto dalle proprie abitazioni. Determinato a difendere la propria oasi domestica e professionale, Giuliano decide di farsi carico della formazione dei colleghi, tentando di trasmettere loro le regole di un’autonoma efficienza lavorativa. Questa risoluzione avvia quella che gli stessi interpreti hanno definito una “progressione infernale verso un baratro”. Uno dopo l’altro, i colleghi d’ufficio iniziano a invadere l’appartamento di Giuliano, trasformando la residenza privata in una caotica filiale aziendale in cui si azzera ogni confine tra sfera lavorativa e intimità familiare.

Tra gli invasori principali spicca Stefano (Svevo Moltrasio), un collaboratore romano indolente e refrattario alla disciplina d’ufficio, affiancato da Gianni (Maurizio Nichetti), un bizzarro tecnico informatico ultrasettantenne teoricamente già in pensione da anni. A questa invasione si sommano le interferenze di Federico (Alessandro Tiberi) e Ilaria (Giulia Bolatti), una coppia inserita nel mondo editoriale che offre a Laura una dubbia sponda per la pubblicazione del suo libro, complicando ulteriormente l’equilibrio psicologico della famiglia sotto l’occhio vigile di una suocera snob e ambiziosa.

Rigore formale e cinefilia: la regia oltre lo schermo digitale

La straordinaria riuscita di Smart Working risiede principalmente nella capacità di Moltrasio di superare l’estetica del web, proponendo un cinema di notevole rigore formale. Il regista evita programmaticamente la frammentazione visiva tipica di molta commedia contemporanea, optando per lunghe inquadrature e movimenti di macchina continui che ricordano lo stile di messinscena di Woody Allen. Questa precisa scelta stilistica si sposa perfettamente con le sonorità jazzate curate dal compositore Fabio D’Onofrio, che conferiscono al film una sofisticata leggerezza parigina e newyorkese.

La direzione della fotografia, affidata ad Agostino Vertucci, opta per tonalità calde e avvolgenti che esaltano gli interni dell’appartamento e restituiscono un’immagine elegante e a misura d’uomo della città di Torino. La scelta della capitale sabauda come set si rivela funzionale al racconto: Torino non funge da mero sfondo cartolinesco, ma incarna visivamente quel tono di rispettabilità borghese che la giovane coppia insegue con dedizione quasi feticistica, in netto contrasto con la veracità romana del personaggio di Stefano.

Un elemento di puro godimento cinefilo è rappresentato dalla capacità del regista di inserire omaggi colti all’interno di situazioni apparentemente banali. Si veda, a titolo d’esempio, la sequenza in cui il personaggio di Stefano, disperato per la rimozione forzata della propria vettura, rincorre il carro attrezzi gridando “Francesco!”. La scena traspone con squisito gusto grottesco la drammatica e iconica corsa di Anna Magnani in Roma città aperta di Roberto Rossellini, dimostrando come Moltrasio sappia manipolare i codici della tradizione cinematografica italiana per nobilitare la commedia di situazione.

La decostruzione della maschera: le performance del cast

Sotto il profilo recitativo, Smart Working compie un’operazione magistrale nel ridefinire i confini espressivi dei suoi interpreti principali. Marcello Macchia offre una prova straordinaria, lavorando interamente per sottrazione. Privato delle sue consuete iperboli verbali e delle smorfie surreali che hanno caratterizzato la sua carriera comica, l’attore interpreta un uomo comune, pacato, la cui ironia scaturisce dal contrasto tra la sua disperata normalità e l’assurdità del contesto circostante. Per Macchia, l’esperienza ha rappresentato un’autentica deviazione professionale, permettendogli di interpretare un padre di famiglia immerso in una quotidianità parallela e ordinaria.

La pellicola si avvale inoltre del sublime ritorno sulle scene di Maurizio Nichetti, la cui performance nei panni di Gianni tocca vette di straordinaria comicità visiva e verbale. La chimica tra la recitazione trattenuta di Macchia e l’espressività fisica di Nichetti – entrambi registi prestati alla recitazione sotto la direzione di un autore più giovane – costituisce uno degli elementi di maggiore freschezza e originalità del film.

La coesione del cast è ulteriormente arricchita dalla solidità di Sara Lazzaro e Alessandro Tiberi, e dall’integrazione di caratteristi collaudati provenienti dal collettivo di Ritals, come Quentin Darmon, Federico Iarlori e Noemi Iuvara. Moltrasio stesso, nel ruolo di Stefano, si impone come un caratterista di straordinaria efficacia, la cui romanità pigra e ruspante evoca la grande tradizione dei personaggi verdoniani.

L’alienazione digitale: implicazioni sociologiche di secondo e terzo ordine

Al di là del divertimento trascinante, la pellicola di Moltrasio si impone all’attenzione dello spettatore come una riflessione di straordinaria lucidità sulle contraddizioni del lavoro moderno e della comunicazione digitale. Attraverso l’esasperazione del paradosso domestico, Smart Working esplora dinamiche sociali e relazionali profonde, articolabili in tre filoni analitici:

Il miraggio della flessibilità e l’iperconnessione come prigione

Il film decostruisce l’illusione liberatoria associata al lavoro agile. Se inizialmente la tecnologia digitale viene presentata come uno strumento di emancipazione in grado di garantire ritmi di vita più umani e tempo libero per passioni personali e famiglia, la deriva degli eventi dimostra il contrario. L’iperconnessione e la reperibilità costante non ampliano la libertà del singolo, ma ne colonizzano lo spazio vitale, trasformando l’abitazione in una prigione immateriale in cui il lavoro fagocita il privato. Moltrasio traduce visivamente questa dinamica attraverso l’invasione fisica dei colleghi, rendendo letterale la metafora della colonizzazione professionale della casa.

L’ufficio come ultimo presidio di socializzazione reale

Un secondo paradosso evidenziato dal film riguarda la natura sociale dell’ambiente di lavoro. Nonostante i colleghi dispongano della comodità di operare dalle proprie case, essi avvertono l’esigenza di ricostruire fisicamente l’ufficio all’interno dell’appartamento di Giuliano. Questa dinamica rivela una profonda e dolorosa solitudine di fondo: l’ambiente di lavoro tradizionale, pur con le sue nevrosi e le sue dinamiche conflittuali, si rivela essere l’ultimo spazio di aggregazione e confronto umano concreto. L’essere sempre connessi tramite interfacce digitali come Microsoft Teams o Zoom – scherzosamente evocate nei dialoghi del film – non compensa la necessità biologica dell’interazione fisica, del dialogo immediato e della condivisione dello stesso spazio.

Il conflitto identitario tra ambizione borghese e precarità economica

Sullo sfondo di una Torino elegante si consuma una sottile satira di classe. Giuliano e Laura incarnano le aspirazioni della piccola borghesia intellettuale, tesa alla ricerca del decoro, di interessi sofisticati e di un’affermazione professionale e autoriale spesso slegata dalla realtà materiale. Il loro mondo viene scosso dall’irruzione del pragmatismo disincantato e talvolta rozzo dei colleghi di Giuliano, dando vita a un urto culturale memorabile. Sotto la superficie della farsa, il film lascia trapelare una venatura di amarezza e malinconia legata alla gestione del denaro, alle preoccupazioni economiche e alla fragilità di sogni familiari edificati su fondamenta lavorative instabili.

Un’opera necessaria nel cinema contemporaneo

In ultima analisi, Smart Working di Svevo Moltrasio si impone come una delle commedie più lucide, divertenti e riuscite del recente panorama cinematografico italiano. Grazie a un uso sapiente dei tempi comici, a una regia elegante che omaggia i grandi maestri senza diventarne schiava e a un cast in stato di grazia, il film riesce nell’impresa di far ridere di gusto invitando contemporaneamente a una riflessione profonda sulla qualità delle nostre esistenze digitalizzate.

Moltrasio si conferma un autore di rara intelligenza e sensibilità cinematografica, capace di intercettare le nevrosi del nostro tempo e di tradurle in immagini dotate di indiscutibile forza espressiva. Smart Working è un’opera che merita di essere vissuta e assaporata collettivamente all’interno della sala cinematografica – rifiutandone la visione in “lavoro agile” su piccoli schermi domestici -, per riscoprire il valore liberatorio della risata condivisa di fronte allo specchio deformante della nostra quotidianità.

S.C.

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