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“L’AI non sostituisce l’artista, sostituisce l’assenza di idee” – Intervista a Stefano Primaluce sull’intelligenza artificiale nella musica

Dopo le recenti riflessioni di Jean-Michel Jarre e il dibattito sull’intelligenza artificiale all’International Music Summit di Ibiza, Stefano Primaluce racconta il suo punto di vista su tecnologia, creatività, piattaforme digitali e futuro della musica.

Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale nella musica è diventato sempre più acceso. Come lo vivi da musicista?

Lo vivo come tutti i grandi cambiamenti tecnologici: con attenzione, curiosità e prudenza. Ogni volta che una nuova tecnologia entra nel mondo della musica, nasce una discussione molto forte. È successo con i sintetizzatori, con i campionatori, con il computer recording, con l’editing digitale, con l’autotune, con i software di produzione e di mastering.

All’inizio c’è sempre una parte del mondo artistico che reagisce con paura, perché teme che lo strumento possa sostituire la sensibilità umana. Ma la storia della musica ci insegna che gli strumenti non sostituiscono gli artisti. Al massimo ampliano il campo delle possibilità.

La vera domanda non è mai soltanto “quale tecnologia è stata usata?”, ma “chi la guida?”, “con quale intenzione?”, “con quale visione artistica?”, “con quale risultato emotivo?”.

Jean-Michel Jarre ha definito l’intelligenza artificiale generativa uno strumento neutro. Sei d’accordo?

Sì, nel senso che uno strumento non ha una morale propria. Dipende dall’uso che ne facciamo. Un sintetizzatore può produrre qualcosa di freddo e impersonale, ma può anche generare musica profondamente emozionante. Un’orchestra può suonare un capolavoro o qualcosa di totalmente privo di anima. La differenza non è nello strumento, ma nella visione che lo attraversa.

L’intelligenza artificiale, come ogni tecnologia potente, va compresa, regolata e usata con responsabilità. Ma demonizzarla in blocco non mi sembra utile. Sarebbe come voler giudicare tutta la musica elettronica partendo dall’idea che una macchina non possa emozionare. La storia ha dimostrato il contrario.

Ad aprile sei stato a Ibiza, all’International Music Summit. Anche lì l’intelligenza artificiale è stata uno dei temi centrali. Che impressione hai avuto?

A Ibiza ho avuto la conferma che questo non è più un tema marginale o futuristico. All’IMS se ne parlava in modo molto concreto: autenticità, diritti, nuovi modelli economici, rapporto tra artisti, piattaforme, pubblico e tecnologie generative.

La cosa interessante è che, quando il tema viene discusso a livello industriale, il discorso diventa subito più maturo. Non è più la solita contrapposizione banale tra “umano” e “macchina”. Si parla di responsabilità, trasparenza, valore, sostenibilità economica, fiducia del pubblico. Ed è lì che secondo me deve andare il dibattito.

L’AI non è una moda passeggera. È già dentro la filiera musicale: produzione, mixing, mastering, distribuzione, marketing, visual, live experience. La questione non è fingere che non esista, ma capire come integrarla senza perdere identità artistica, diritti e credibilità culturale.

Jarre ha anche detto che, in fondo, tutti gli artisti “raccolgono” qualcosa da ciò che ascoltano, leggono e vedono. Che cosa pensi di questa idea?

Penso che tocchi un punto centrale della creatività. Nessun artista nasce nel vuoto. Tutti siamo il risultato di ascolti, letture, immagini, esperienze, ricordi, incontri, emozioni. Un musicista cresce assorbendo linguaggi, stili, soluzioni, atmosfere. Poi, se ha una vera identità, trasforma tutto questo in qualcosa di personale.

La creatività non è mai una materia pura, isolata dal mondo. È sempre trasformazione. La differenza tra imitazione e arte sta proprio lì: nell’elaborazione, nella scelta, nel gusto, nella capacità di dare una forma nuova a ciò che ci ha attraversato.

Questo valeva prima dell’intelligenza artificiale e continuerà a valere anche dopo.

Molti però temono che l’AI possa rendere la musica più impersonale.

È un rischio reale, ma non nasce solo dall’AI. La musica impersonale esisteva anche prima. Esisteva con le band, con i computer, con i produttori, con i format radiofonici, con le playlist costruite per somigliarsi tutte. Il problema non è la tecnologia in sé. Il problema è l’assenza di una voce riconoscibile.

Un artista deve avere una visione. Deve sapere cosa vuole dire, quale mondo vuole costruire, quali emozioni vuole generare. Senza questa visione, qualsiasi strumento diventa sterile. Con una visione forte, anche uno strumento nuovo può diventare parte di un linguaggio autentico.

Quindi secondo te l’autenticità non dipende dallo strumento utilizzato?

Esatto. L’autenticità non è garantita dal mezzo. Un disco registrato in analogico può essere vuoto. Un disco realizzato con strumenti digitali può essere profondamente umano. L’autenticità sta nell’intenzione, nella coerenza, nella scrittura, nella sensibilità, nella capacità di costruire un’identità.

Nella musica moderna quasi tutto è già mediato dalla tecnologia: microfoni, preamplificatori, editing, mix, mastering, plugin, correzioni, campionamenti, programmazione, produzione digitale. Fingere che esista una purezza assoluta è spesso una semplificazione romantica.

La questione più interessante è capire quando la tecnologia serve l’artista e quando invece l’artista scompare dietro la tecnologia.

Dove si trova, secondo te, il confine?

Il confine è nella direzione artistica. Se una tecnologia viene usata per sostituire completamente il pensiero, la scrittura, il gusto e la responsabilità dell’artista, allora il risultato rischia di essere debole. Se invece viene usata come parte di un processo creativo consapevole, allora può diventare uno strumento come tanti altri.

Alla fine, il pubblico percepisce se dietro una musica c’è un mondo o se c’è solo un esercizio tecnico. Puoi avere la produzione più moderna del mondo, ma se non c’è un’identità, non resta niente.

Le piattaforme stanno iniziando a classificare e segnalare i contenuti generati con intelligenza artificiale. È una strada giusta?

La trasparenza è importante, soprattutto se parliamo di contenuti creati in massa, senza un vero progetto artistico, magari caricati per occupare spazio nelle piattaforme o manipolare il sistema dello streaming. In quel caso capisco perfettamente l’esigenza di proteggere artisti, pubblico e mercato.

Però bisogna stare molto attenti a non trasformare un tema complesso in un’etichetta automatica. Una cosa è combattere lo spam musicale, le frodi e i contenuti anonimi generati industrialmente. Un’altra cosa è ridurre opere artistiche riconoscibili, con una direzione, una scrittura, una produzione, una storia e una responsabilità umana, a una categoria tecnica.

Il rischio è che alcune piattaforme, nel tentativo legittimo di difendere il mercato, finiscano per creare nuove semplificazioni. La musica non è solo un file da analizzare. È anche contesto, intenzione, percorso creativo, identità. Se un sistema automatico non riesce a distinguere tra frode, produzione assistita, sperimentazione artistica e progetto musicale reale, allora il problema non è solo degli artisti: è anche della tecnologia che pretende di giudicarli.

Per me la trasparenza deve andare insieme alla competenza. Altrimenti non diventa tutela: diventa burocrazia algoritmica.

C’è anche un grande tema legale ed economico. Come dovrebbe essere affrontato?

Questo è forse il punto più delicato. Se le tecnologie generative si alimentano anche di contenuti creativi prodotti da musicisti, compositori, autori, fotografi, scrittori e artisti, allora è giusto che si apra una discussione seria su diritti, trasparenza e compensi.

Non credo che la risposta sia fermare la tecnologia. Credo però che servano regole più chiare. Gli artisti non possono essere considerati soltanto materiale da cui estrarre valore. Devono essere parte del sistema, anche dal punto di vista economico.

Il futuro non dovrebbe essere una guerra tra tecnologia e creatività, ma un nuovo equilibrio tra innovazione, diritti e responsabilità.

Pensi che l’AI possa generare nuovi linguaggi musicali?

Sì, è possibile. Ogni tecnologia importante ha creato nuovi linguaggi. Il sintetizzatore non si è limitato a imitare gli strumenti esistenti: ha creato un immaginario nuovo. Il campionatore non ha soltanto copiato suoni: ha reso possibile un altro modo di pensare la composizione. La produzione digitale ha cambiato il modo in cui immaginiamo arrangiamenti, spazi sonori e strutture.

È probabile che anche l’intelligenza artificiale, nel tempo, contribuisca alla nascita di estetiche che oggi non riusciamo ancora a definire. Alcune saranno superficiali, altre forse saranno davvero importanti. Come sempre, sarà il tempo a distinguere la moda dal linguaggio.

Da musicista progressive, come guardi a questa trasformazione?

Il progressive, per sua natura, non dovrebbe avere paura della sperimentazione. È una musica che nasce dall’idea di superare i confini: tra rock, classica, jazz, elettronica, metal, cinema, letteratura, tecnologia. Se il progressive diventasse conservatore per principio, tradirebbe una parte della propria identità.

Naturalmente sperimentare non significa accettare tutto in modo ingenuo. Significa interrogare gli strumenti, testarli, capirne i limiti, usarli solo quando servono davvero a esprimere qualcosa. La tecnologia deve essere al servizio della musica, non il contrario.

Qual è quindi la tua posizione finale sull’intelligenza artificiale nella musica?

Credo che l’intelligenza artificiale sia uno dei grandi temi culturali del nostro tempo. Va discussa con serietà, senza fanatismi e senza isterie. Non bisogna idolatrarla, ma nemmeno demonizzarla.

Per me la questione centrale resta sempre la stessa: l’artista ha una visione? Ha qualcosa da dire? Ha un’identità riconoscibile? Riesce a trasformare gli strumenti del proprio tempo in un linguaggio personale?

Se la risposta è sì, allora la tecnologia può diventare parte del processo creativo. Se la risposta è no, nessuna tecnologia potrà inventare al posto suo un’anima artistica. L’AI non sostituisce l’artista. Sostituisce, semmai, l’assenza di idee.

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