in

Fragili ombre di luce. I Blocco 24 tornano con un album omonimo: rivelazione indie 2021? L’intervista

“Tutti coloro che scrivono sono un po’ matti. Il punto è rendere interessante questa follia”. Potrebbe essere stato questo il leitmotiv caro a Truffaut ad aver spinto la band romana dei Blocco 24 a concepire, in pieno periodo pandemico, un album così intenso da illuminare l’inquietudine di un periodo che (fortunatamente) volge al termine.
A due anni dal primo EP autoprodotto “Identità”, gli eterni ragazzi tornano con un lavoro, omonimo, che spiazza e coinvolge senza limiti. Un LP sanguigno, analogico, elettrico, cupo, profondo e meravigliosamente illuminato da una luce oscura di suoni di un passato che torna e si rigenera costantemente. Un disco che vale la pena di ascoltare, soprattutto nei dettagli stilistici che lo contraddistinguono.

Cosa può essere considerato oggi rivoluzionario nella musica?
Il concetto di rivoluzione nell’ambito musicale è stato contaminato inevitabilmente, da quando l’immagine dell’artista si costruisce prima di un brano. Certo! E’ cosa nota, ma oggi è un must. Un video di impatto ha spesso capacità maggiori rispetto al contenuto della song stessa. Il vero senso di rivoluzione si racchiude dentro un silenzio, spesso irraggiungibile (ci rendiamo conto che questo ci allontani dagli ingranaggi del mercato discografico, ma è quello che siamo).

Si può definire “Blocco24” un disco impegnato?
Blocco24, album omonimo, è stato scritto in 2 anni. Una produzione sofferta che ci ha costretti ad un confronto a distanza durante tutto il 2020. Il disco non è un manifesto, non ha angoli bui da illuminare e non vuole dettare regole da seguire. E’ un disco intimo e concettuale, dove i sentimenti emergono senza giochi di parole.

In che modo la pandemia ha influenzato i testi dell’album?
La pandemia ha cambiato le nostre vite in maniera oggettiva e inevitabilmente anche la lirica ha assorbito i nostri malumori. Si parla di vite sospese, di relazioni azzerate, di morte.

Tre dischi pubblicati negli anni 80 che fanno parte del dna della vostra musica.
Black celebration (Depeche Mode) – 17 Re (Litfiba) – Faith (The Cure).

Se il Blocco 24 fosse un regista, a quale sarebbe più vicino nella visione del racconto della vita?
François Truffaut, malinconico, esteta e poco attento ad un lieto fine.

Internet ha ucciso la musica o l’ha fatta rinascere?
Internet non è il male. Internet è un Dio raggiungibile. Basta saper porre le giuste domande e se si è dotati di senso critico, diventa un ottimo veicolo. Nell’ambito musicale ha generato un enorme tritacarne, nel quale tutto è mescolato e spesso nascosto. Noi, che abbiamo fatto musica prima di questa rivoluzione, possiamo dire senza paura di essere smentiti, che ha distrutto l’industria musicale.

Quanto ha influito la distopia sociale degli ultimi anni nel vostro songwriting?
Non molto, probabilmente è il mondo che si è avvicinato alla sua visione.

Tre dischi new-wave italiani fondamentali.
17 Re (Litfiba) – Affinità e divergenze (CCCP) – A Berlino… va bene (Garbo).

Essere indipendenti (a livello di label) vuol dire essere liberi di creare?
Non avere dei tempi per scrivere un disco, non avere imposizioni sul tipo di messaggio che si vuole comunicare è sicuramente segno di libertà. Allo stesso tempo manca tutta una dimensione fatta di professionisti che saprebbero accompagnarti verso scelte più convincenti. In questo caso si dovrebbe trovare una Label che si appassioni incondizionatamente al lavoro dell’artista mettendo a disposizione il proprio know how solo per fini di crescita e visibilità.

Il primo concerto post-pandemia: dove e perché?
Apparat in un club affollato e carico di sensazioni noise e di voglia di ricominciare.

Azora Rais: l’estate inizia ad Alessandria con un calendario

“Can’t Get Enough” di DAN:ROS al numero 2 di Traxsource House